La prigione del corpo
di Cristina Lenardon
Quanto vale una medaglia d’oro?
Quanto vale una medaglia d’oro?La risposta spiazzante è quella di Lara Gut-Behrami, dopo l’annuncio del ritiro a 35 anni, ad un giornalista che le chiede perchè non abbia deciso di tenere duro altri sei mesi per disputare il Mondiale in casa a Crans-Montana.
«Neanche una medaglia d’oro sarebbe valsa i mesi che avrei dovuto sacrificare. Da quando ho smesso tutto è più bello».
In quei mesi c’è il senso di tutto.
Quando guardiamo alla carriera di un atleta di altissimo livello, infatti, vediamo soprattutto il risultato, le vittorie, i podi, le coppe sollevate al cielo.
Raramente ci soffermiamo su ciò che serve davvero fare o non fare al di fuori del campo di gara.
Significa per anni vivere un’esistenza che viene organizzata intorno a un unico obiettivo: mantenere il proprio corpo nelle condizioni migliori per continuare a competere.
Perché il corpo non è soltanto il mezzo attraverso cui svolgere il proprio lavoro, è il lavoro stesso.
L’atleta sceglie quella strada, spesso per passione, ma, una volta imboccata, comporta una rinuncia progressiva alla libertà di disporre di se stessi.
Non basta allenarsi bene, bisogna mangiare nel modo corretto, rispettare i tempi di recupero, evitare gli imprevisti, calcolare ossessivamente tutto, comunicare i propri spostamenti e rendersi reperibili per i controlli antidoping a sorpresa, passare la maggior parte del tempo lontani dalla propria famiglia.
Ogni scelta quotidiana inoltre fa spesso i conti con una domanda: quanto può incidere sulla prestazione?
Nella maggior parte delle professioni, terminato l’orario lavorativo, ciascuno è padrone del proprio tempo, può decidere di uscire e fare tardi o improvvisare un’attività nel fine settimana .
L’atleta di vertice, invece, non stacca mai veramente: la sua giornata libera significa solo non avere allenamento. Non poter fare tutto ciò che vuole.
Certo, quando sentiamo parlare dei guadagni stellari di alcuni campioni, ci viene facile il paragone con la giornata dell’uomo comune e archiviare tutto come un lamento da privilegiati. Ma i profitti milionari riguardano solo una sparuta percentuale, per tutti gli altri atleti non è così. E comunque che un sacrificio sia ben pagato non lo rende meno totalizzante.
In questa prigione dorata è richiesto esercitare un controllo costante sul proprio corpo e sulla propria esistenza ed è veramente difficile vivere per anni in una costante programmazione nonché sapendo che una parte delle cose che vorresti fare, cose che per alcuni sembrano scontate, semplicemente non puoi permettertele, anche se sono lì ad un passo.
Il costo potenziale è troppo alto: se salti una sessione di allenamento, se sgarri con il cibo, se fai una “stupidaggine” fuori dal campo, se “perdi tempo”, la prossima gara potrebbe risentirne e la misura della tua carriera è data anche dalla somma delle rinunce che hai dovuto fare per presentarti alla partenza nelle migliori condizioni possibili.
È una dinamica che riguarda non soltanto lo sci.
Novak Djokovic, parlando della vita dei tennisti di vertice, li ha paragonati agli spartani, immersi in giornate organizzate dalla mattina alla sera, tra allenamenti, preparazione atletica, palestra, recupero e alimentazione controllata.
Prima ancora, Björn Borg viveva in quello che sua moglie definiva “un vasto sistema di controllo”: stessa stanza, stessa divisa, stesso percorso ogni giorno, perché nulla di imprevisto potesse incidere sulla prestazione.
Simone Biles, durante la pausa che si è concessa dopo le Olimpiadi di Rio, ha raccontato quanto fosse gratificante per lei poter finalmente approfittare di tutte quelle opportunità che aveva dovuto rifiutare, come viaggiare o dedicarsi a scrivere un libro.
Casey Stoner, due volte campione del mondo MotoGP, si è ritirato a 27 anni dicendo che la cosa che desiderava di più era riporre i calzini in un cassetto la sera e riprenderli la mattina da quello stesso cassetto, anziché dalla valigia.
Storie diverse, ma un denominatore comune: lo sport di altissimo livello non occupa soltanto una parte della vita, diventa la vita stessa.
È questo l’aspetto meno raccontato del professionismo sportivo.
Siamo abituati a pensare al ritiro di un atleta come a una perdita.
Si abbandonano le gare e l’adrenalina, si lascia un mondo nel quale si è stati protagonisti e che difficilmente potrà essere sostituito.
Ma c’è anche un’altra prospettiva, perché smettere significa improvvisamente riappropriarsi di una serie di libertà che per anni erano rimaste sospese, aprendosi ad una vita che – in un certo senso- non si è mai davvero vissuta fino in fondo.
Uscire con gli amici fino a tardi senza pensare all’allenamento del mattino.
Mangiare qualcosa semplicemente perché se ne ha voglia.
Decidere la sera prima di partire per una gita, senza incastrarla in un’agenda fatta di mille altri impegni irrinunciabili.
Trascorrere le festività con i propri cari senza un aereo che parte subito dopo pranzo per la prossima competizione.
Avere delle pause reali, senza dover fare i conti con calendari infiniti dove quando sei libero dal campionato hai l’impegno con la Nazionale, e quando finisce la Nazionale ricomincia la preparazione.
Sono dettagli, apparentemente. Piccole cose che per la maggior parte delle persone appartengono alla normalità e che proprio per questo tendiamo a considerare insignificanti…ma, a pensarci bene, sono anche ciò che costruisce la quotidianità di ciascuno di noi.
È non dover più chiedere il permesso, neppure a se stessi, per vivere una giornata senza che ogni gesto abbia una finalità precisa.
C’è però anche un paradosso, una sorta di sindrome di Stoccolma. Donovan Bailey, campione olimpico dei 100 metri ad Atlanta, ha raccontato quanto possa essere difficile abbandonare quella struttura, in quanto la disciplina che limita la libertà è anche quella forza che per anni ha dato un ordine all’esistenza.
L’atleta può arrivare a sentire la mancanza persino di quei vincoli che durante la carriera gli sembravano insopportabili. La libertà, insomma, non è soltanto una conquista: è anche qualcosa a cui bisogna imparare ad abituarsi…
Tornando alla domanda di apertura, impariamo a considerare che dietro ogni medaglia non ci sono soltanto talento, allenamento e determinazione.
C’è un’intera esistenza organizzata, regolata e, in qualche misura, sacrificata sull’altare della prestazione.
Per questo la frase di Lara Gut-Behrami merita attenzione: non sta dicendo che un’altra medaglia non avrebbe avuto valore, ma che, arrivata a quel punto della sua vita, il prezzo da pagare sarebbe stato per lei superiore al valore del risultato.
Eh sì, perchè esiste un momento in cui si può decidere liberamente che la propria vita vale anche al di fuori di ciò che si riesce a vincere.
Noi siamo abituati a celebrare chi non si arrende mai, a raccontare le leggende di campioni divenuti immortali, ma forse dovremmo imparare ad apprezzare anche chi riconosce il momento – soggettivo e personalissimo – in cui è giusto fermarsi.
Perché, dopo tanti anni trascorsi a inseguire la prestazione, a volte la vittoria più grande è tornare ad essere padroni della propria vita.








