
Per molto tempo abbiamo raccontato scuola e sport come due strade divergenti. A un certo punto, si diceva, bisogna scegliere: o investi nello studio o insegui davvero lo sport. Come se l’impegno serio in uno escludesse automaticamente l’altro.
Eppure, ogni tanto, la realtà si è incaricata di smentire questa convinzione.
Un esempio su tutti: Daniele Garozzo, campione olimpico di scherma e laureato in medicina con il massimo dei voti.
Per anni storie così venivano considerate eccezioni, quasi anomalie.
Forse, invece, erano solo anticipazioni di qualcosa che oggi possiamo iniziare a considerare possibile.
È vero: l’equilibrio non è ancora perfetto.
Le istituzioni stanno costruendo percorsi e protocolli che tengano conto delle esigenze degli studenti-atleti. È un passaggio necessario, soprattutto nella scuola secondaria, dove i carichi, le assenze, i ritmi non sono ancora pienamente compatibili con l’organizzazione scolastica tradizionale, specialmente per atleti che già in giovanissima età competono al più alto livello.
Chi pratica sport agonistico sa bene che allenamenti quotidiani, trasferte, gare nel fine settimana non si incastrano agevolmente con interrogazioni e compiti in classe.
Ed è qui che nasce l’idea che siano due mondi incompatibili; il più classico degli alibi in cui è comodo adagiarsi.
Ma il punto non è fermarsi a ciò che manca.
Infatti se guardiamo meglio, nella maggior parte dei casi il tempo c’è, anche se è limitato; ed è proprio in questa limitatezza che si può sviluppare una grande capacità, quella di gestirlo bene.
Se so che ho due ore tra il rientro da scuola e l’allenamento, quelle due ore non sono più “tempo libero”. Sono uno spazio preciso, che o uso o perdo. Se le lascio scorrere tra il telefono e qualche distrazione, il giorno dopo entro in classe impreparato. Non perché ho fatto sport, ma perché ho sprecato le ore che avevo a disposizione.
È una differenza sostanziale, che cambia tutto, perché allora la soluzione non è togliere lo sport dopo un brutto voto, come se fosse un premio accessorio.
Lo sport, in realtà, è una delle poche cose che dà struttura alla giornata di un adolescente. Togliendolo, spesso, si toglie proprio quell’equilibrio che potrebbe aiutare a fare meglio anche a scuola.
Il nodo non è lo sport, ma il tempo “in mezzo”.
Quello che si consuma senza accorgersene: tra una partita alla PlayStation, qualche video sul cellulare ed il rimandare a dopo.
Ovviamente l’incastro non è automatico. Funziona solo quando c’è un certo tipo di atteggiamento.
Da parte dei ragazzi, innanzitutto.
Chi sceglie un percorso sportivo impegnativo deve, in un certo senso, diventare più lucido e maturo degli altri, anche nelle piccole cose; stare attenti in classe non è solo “fare il proprio dovere”, è alleggerire il lavoro del pomeriggio. Prendere appunti bene, capire subito una spiegazione, significa arrivare a casa con metà del lavoro già fatto.
È un modo diverso – e furbo – di stare dentro le giornate.
E non riguarda solo loro, ma tutto il sistema.
Non serve immaginare allenatori che controllino le pagelle.
Del pari sono assolutamente anacronistici quei professori ottusi, che, incuranti dei protocolli, restano ancora convinti che il successo dipenda solo dal giudizio nella loro materia. E magari interrogano il lunedì dopo un week end di gare…
Semplicemente basterebbe che ciascun “mondo” non finga che il resto non esista.
Un allenatore che ogni tanto chiede “come va a scuola?” non sta uscendo dal suo ruolo. Si sta interessando attivamente, facendo percepire al proprio atleta che la formazione è importante.
Un insegnante che riconosce la fatica di chi si allena tutti i giorni non sta abbassando il livello. Sta dando valore all’impegno ed alla determinazione di quella persona.
Serve uno sguardo più completo, perché la verità è che la crescita è una sola.
Non passa solo da una pagella perfetta o da una serie di medaglie in bacheca, quanto, piuttosto, dall’attitudine con cui si affronta la vita.
La perseveranza, la responsabilità nel mantenere gli impegni, il lavorare per i propri obiettivi, il rapportarsi con gli altri sono elementi che, grazie al binomio tra queste due dimensioni, possono fiorire.
Tale coesistenza inoltre impedisce che tutta la tua identità coincida con una sola cosa, dove ogni risultato pesa troppo, dove una gara andata male diventa un fallimento totale o un brutto voto sembra definire quello che sei.
Se invece hai più dimensioni, un momento negativo non cancella tutto il resto.
E c’è anche un aspetto sottovalutato della doppia carriera atleta – studente, quello del dopo.
La carriera sportiva, anche quando è importante, non dura per sempre.
Non tutti i campioni (spoiler: neanche quelli olimpici) riceveranno guadagni stellari e non è realistico pensare di ottenere un titolo di studio e spenderlo con successo nel mercato lavorativo quando sarà finita, magari a 30-40 anni, con un ritardo enorme rispetto ai propri coetanei.
La formazione non è una parentesi che si può rimandare, ma qualcosa che deve accompagnare il percorso.
Alla fine, forse, il punto è proprio questo.
La doppia carriera non è un compromesso, né una forzatura. È una possibilità concreta rispetto al passato (anche se ancora in evoluzione), ma richiede responsabilità, lucidità e presenza.
Quando funziona, non divide.
Allena a stare dentro le cose, a dare valore al tempo, a non cercare alibi.
E allora, la prossima volta che un ragazzo prenderà un brutto voto, non chiedetevi se deve scegliere tra scuola e sport.
Chiedetevi piuttosto come ha usato il suo tempo — e soprattutto smettiamo di restare ognuno nel proprio recinto, insegnanti e allenatori compresi.
Perché a crescere è una persona sola.








