Le Olimpiadi sono finite da qualche giorno.
Le medaglie sono già state archiviate, i podi smontati.
Eppure restano alcune immagini che non se ne vanno. Alcune parlano di vittorie e sorrisi, altre di sconfitte e cadute.
Tra queste ultime, due in particolare colpiscono, perché hanno qualcosa da raccontare, seppure in modo diametralmente opposto.
Finale di pattinaggio individuale maschile.
Ilia Malinin 21 anni, il favorito.
Quello che deve vincere.
Ed è forse proprio sotto questo carico emotivo che, nel momento più importante, sbaglia e crolla.
Perdere non è un fallimento ma per lui lo diventa un attimo dopo: quando esce dalla pista, mentre a stento trattiene le lacrime per le cadute, si siede accanto a suo padre, che è anche il suo allenatore, ma incredibilmente non riceve nulla.
Nessun abbraccio di consolazione, non una carezza, nemmeno uno sguardo. Solo distacco, in mondovisione.
Abbandonato nella sua evidente delusione, è il figlio a consolare il padre disperato e con la testa tra le mani.
Ilia quasi si scusa, per non essere stato, ancora una volta, “il dio dei quadrupli”.
Il messaggio che passa non è edificante: come se il valore del suo percorso, del suo talento, della sua carriera futura fosse svanito insieme a una finale andata male.
Questa è l’ossessione del risultato.
Quando vincere non è più un sogno, ma un dovere morale verso gli altri.
È una dinamica ricorrente.
Lo ha raccontato anche la pattinatrice Alysa Liu, che a soli 16 anni aveva smesso, perché anche per lei quel dover essere sempre la migliore, era diventato insostenibile; troppo grande per una ragazza che stava ancora crescendo e che voleva solo divertirsi.
Se lo sport diventa un tribunale, se il valore individuale coincide con il risultato, se l’atleta non riceve il giusto sostegno emotivo, allora anche il talento più luminoso può spegnersi.
Dall’altra parte un’immagine diversa.
Pista Olympia delle Tofane, discesa libera, alla partenza c’è Lindsey Vonn, 41 anni, fresca di vittoria in coppa del mondo ed alla sua quinta olimpiade.
Pochi metri alla massima velocità, libera di fare ciò che ama, poi un salto nel “vuoto” e quel braccio che inforca la porta rossa.
Nel fotogramma successivo il disastro: la caduta, lei accasciata al suolo con le gambe divaricate in una posizione innaturale ed il dolore che esplode in volto.
Il suo finale olimpico è stato durissimo, segnato da un infortunio devastante.
Qualcuno online ha detto che se l’è cercata, condannata dalla propria hybris nel non aver saputo dire “basta”, come Icaro che voleva toccare il sole.
Ma ci state milioni di altre voci: messaggi di sostegno ed affetto e soprattutto la presenza costante della sua famiglia, al suo fianco nei giorni più difficili del ricovero in ospedale.
Certo il suo è un esempio estremo, il punto limite di uno sport che per natura comporta rischi notevoli.
Ma qui la chiave è un’altra.
Vonn non era lì per dimostrare qualcosa a qualcuno, se non a se stessa.
Non doveva più legittimarsi.
Era lì semplicemente perché voleva esserci, perché lo sci è la sua vita, ciò che sa fare e le piace fare. Perché quella passione, anche a costo di dolore e sacrifici enormi, valeva ancora la pena per lei.
La differenza è tutta in questa prospettiva.
Due brutte immagini, pesanti da sostenere: ma mentre una ci racconta il fallimento, l’altra ci parla di libertà.
Libertà, sì.
Libertà che significa anche osare, sbagliare, provare, cadere, rialzarsi, riprovarci ancora.
Malinin gareggia con il peso di uno sguardo da soddisfare.
Vonn con la libertà di chi non deve più convincere nessuno.
C’è qualcosa di profondamente ingiusto nel dover vincere per sentirsi degno.
Così come c’è qualcosa di profondamente umano nel continuare a competere solo perché ti senti viva, anche quando – tirate le somme, il prezzo da pagare è altissimo.
Viene allora da chiedersi se questa differenza non sia anche una questione di tempo.
Se la libertà che oggi ha Lindsey Vonn sia il frutto di una carriera lunga e di riconoscimenti ormai sedimentati.
E se, al contrario, il peso che schiaccia Malinin non sia quello tipico di chi è all’inizio, quando il talento non basta ancora a sentirsi “abbastanza”.
Ma è giusto che funzioni così?
È davvero necessario sentirsi schiacciati, osservati, giudicati prima di sentirsi liberi?
Forse no.
Forse questa è una domanda che andrebbe posta prima, non alla fine di una carriera e nemmeno dopo una caduta.
Io credo che ogni atleta, prima ancora di scendere in pista, debba chiedersi: per chi lo sto facendo?
Fare sport per sé stessi certamente non garantisce il lieto fine ma garantisce una cosa fondamentale e preziosa: che il tuo valore non dipenda mai dal risultato.








