A volte basta allontanare lo sguardo di qualche metro per accorgersi che la stessa vittoria può essere vissuta in due modi completamente diversi.
Sul campo c’è chi esulta e si abbandona all’abbraccio dei compagni, chi assapora finalmente il risultato inseguito per tutta la gara.
Poco più in là, capita di vedere un allenatore immobile, quasi in un clima di estraneità rispetto a quella scena.
Sorride, dispensa pacche sulle spalle, saluta i colleghi, certo, ma con gli occhi sembra già altrove; non è incapacità di godersi il momento ma qualcosa di molto più raro. Mentre tutti stanno vivendo ciò che è appena accaduto, lui o lei sta già cercando di intravedere ciò che sarà.
L’atleta vive nel presente, qui ed ora, dove ogni gesto richiede di essere attraversato fino in fondo.
Il tecnico, invece, quel presente lo usa come materiale da modellare, sapendo che il suo vero lavoro non consiste nel fotografare la realtà, ma nel modificarla.
Per questo una seduta di allenamento, ai suoi occhi, non è mai soltanto una sequenza di esercizi, così come una partita non si esaurisce nel risultato che restituisce il tabellone.
Ogni errore diventa un’informazione, ogni progresso suggerisce un nuovo orizzonte di sfide, in ogni singola prestazione ci sono tracce di qualcosa che ancora deve compiersi.
È un modo di guardare lo sport che assomiglia più all’arte che alla tecnica.
Uno scultore, davanti a un blocco di marmo, non vede una pietra, ma la forma che libererà attraverso il proprio lavoro.
Allo stesso modo, l’allenatore visionario osserva un giocatore e non si limita a riconoscerne le qualità evidenti.
Intuisce connessioni che ancora non esistono, immagina un’identità che deve ancora prendere forma, riconosce possibilità che perfino gli atleti, spesso, ignorano di possedere.
In questo senso non allena soltanto ciò che ha davanti agli occhi, ma ciò che quel gruppo o quel singolo potrà diventare.
Ed il genio, si sa, è una cosa rara: di allenatori così ce ne sono pochi e probabilmente sono i più difficili da comprendere.Viviamo nello sport dell’immediatezza, dove il risultato rappresenta il metro più semplice con cui giudicare il valore di un percorso.È naturale applaudire chi vince oggi; molto più complesso è riconoscere il valore di chi, magari rinunciando al giocatore già formato o insistendo su un’idea che ancora non produce dividendi, sta costruendo qualcosa destinato a durare molto più di una stagione.Dall’esterno possono sembrare ostinati, perfino insoddisfatti, quando in realtà stanno semplicemente proteggendo una visione che il presente non è ancora in grado di raccontare.
Naturalmente esistono anche ottimi allenatori capaci di leggere il momento e valorizzare quello che semplicemente hanno a disposizione.
Così come ve ne sono altri per cui l’esperienza resta un patrimonio prezioso, spesso rassicurati dal mantra del “si è sempre fatto così”.
Ma l’eccellenza sembra appartenere a chi riesce ad aggiungere qualcosa che va oltre l’oggettività del presente o il bagaglio del passato.
L’eccellenza appartiene a chi ha la capacità di immaginare prima degli altri.
A chi ha il coraggio di investire tempo, energie e credibilità in qualcosa che, almeno per il momento, esiste soltanto nella propria mente. Perché le vittorie raccontano ciò che una squadra è stata capace di fare oggi. Le grandi idee, invece, raccontano ciò che una squadra può ancora diventare domani.
Ed è in quella distanza, sottile e invisibile, è in quello sguardo un po’ assorto e distaccato, che gli allenatori destinati a lasciare un’eredità costruiscono ogni giorno il loro capolavoro.









