
Se pensi che lo sport non faccia per te, probabilmente non è colpa tua.
Molto spesso è il modo in cui viene raccontato che lo rende distante, quasi inaccessibile ai più.
Oggi lo sport, soprattutto sui social, è spesso una questione di numeri: tempi, chilometri, grafici.
Il tutto confluisce in foto instagrammabili.
Trofei e medaglie in bacheca.
Il fisico perfetto.
La scarpa ultimo modello.
Il brand tecnico nella biografia.
Prestazioni atletiche di un certo spessore sintetizzate in un sorriso smagliante a fine sessione con la t-shirt leggermente sudata ed una didascalia di falsa modestia, qualcosa tipo “easy workout”.
Chiariamolo subito: allenarsi con dedizione è una cosa fantastica.
Ma correre una maratona, fare una gara di trail running, partecipare ad un hyrox non è nè semplice nè scontato.
Ma io parlo di un’altra cosa.
Parlo di quando questo tipo di racconto viene fatto solo per essere mostrato, facendolo passare come una routine facile.
Infatti, se tutto è possibile, allora ogni limite sembra un fallimento.
Risultati che richiedono grande impegno non sono normali, semiologicamente parlando, cioè non sono conformi allo standard e alla generalità di pubblico.
Sono l’apice di un percorso atletico iniziato probabilmente da anni.
Certi tempi non arrivano per caso; richiedono costanza, sacrificio, spazio mentale e fisico.
Richiedono soprattutto una struttura di vita che non tutti hanno — e non tutti vogliono o possono avere, tra lavoro e famiglia.
Richiedono di accettare di allenarti anche quando non ne avresti voglia affatto.
Fa parte del gioco, ma mostrare questo lato della medaglia non fa di certo crescere le visualizzazioni.
E qui nasce il cortocircuito: chi scorre un reel spesso non è un atleta, non vive di sport, non ha quello come obiettivo principale.
Chi guarda viene magari da una vita sedentaria, sta cercando solo di muoversi un po’ di più, di sentirsi meglio nel proprio corpo, di ritagliarsi un piccolo spazio di benessere nella giornata.
E magari sui social cerca semplicemente uno spunto per iniziare …ma quando ciò che vede è uno standard irraggiungibile, il rischio è uno solo: scoraggiarsi e non iniziare affatto.
Eppure l’attività fisica funziona esattamente al contrario di così.
Una corsetta senza orologio.
Un allenamento che cambia in base a come ti senti quel giorno.
Poi improvvisamente succede qualcosa nella tua testa.
Ti muovi, stai un po’ meglio, lo rifai.
E poi più lo fai, più diventi costante.
Più continui, più senti l’esigenza di muoverti.
E questo ciclo non vive di “numeri” perché la sfida è con te stesso, non con gli altri.
Lo so bene perché, per me, lo sport è stato anche altro: è stato anche alto livello, è stato anche lavoro.
Nella off season, ad esempio, sentivo comunque il bisogno di tenermi allenata, di non “staccare” completamente. Specialmente nei mesi prima di iniziare una nuova preparazione atletica, andavo a correre quotidianamente per costruire fiato e gambe, per arrivare pronta. All’epoca tutto aveva un senso prestativo: quella routine serviva a qualcosa di preciso, era funzionale a uno sport agonistico, ad un campionato, agli impegni con la nazionale.
Ma, senza accorgermene, quella ripetizione quotidiana negli anni ha fatto qualcosa di più profondo: ha creato un’abitudine.
E le abitudini, quando sono sane, restano. E magari diventano un piacere.
Oggi non pratico più sport a livello agonistico, non ho gare da preparare, non ho cronometri da battere.
Lo faccio per piacere. Lo faccio perché so che dopo starò meglio.
Non mi pongo obiettivi di tempo, non misuro ogni uscita, non confronto per forza le prestazioni.
Se sono stanca, mi fermo; se mi sento bene, continuo.
Ed è questo il punto.
L’attività fisica, per la maggior parte delle persone, non deve essere una performance, anche se Instagram ci dice il contrario.
Non deve essere un risultato da mostrare, un tempo da battere o un paragone continuo con qualcuno che sembra sempre un passo avanti.
Deve essere, prima di tutto, una forma di cura per noi stessi.
Un gesto semplice, ripetuto, imperfetto, eppure profondamente efficace.
Già muoversi, tenersi attivi, fare attività fisica è qualcosa di ammirevole.
Perché oggi, in una società che invita costantemente a restare fermi ed all’ennesima “maratona” di serie tv sul divano, scegliere di alzarsi, uscire e muovere il proprio corpo è un atto di forza.
È una sorta di rivoluzione.
È un encomio al merito.
Anche quando sembra poco.
Anche quando nessuno applaude.
Anche quando non c’è nulla di strabiliante da condividere.
Perché in fondo, come diceva un mio vecchio allenatore, non esiste il cattivo allenamento.
Il cattivo allenamento è quello non fatto.








