“Tu pensa a giocare e basta”. Quante volte lo sento ripetere a qualche allenatore; capita addirittura che persino alti dirigenti affermino, magari con toni più sobri, il medesimo concetto.L’atleta deve fare l’atleta. Stop.
Immaginiamo per un attimo di dire una frase del genere ad un ingegnere: “Tu pensa a progettare l’edificio, al resto ci pensa qualcun altro”. Probabilmente sorriderebbe.
Progettare è il suo mestiere, naturalmente, ma quel mestiere comprende anche il rapporto con il committente, gli uffici pubblici, le normative, i software, il fisco. Nessuno penserebbe seriamente che possa disinteressarsene, è parte del suo essere professionista.
E allora perché con l’atleta dovrebbe essere diverso?
Se dire che l’atleta deve fare l’atleta significa che deve avere il tempo e la serenità di allenarsi e raggiungere il massimo della propria prestazione, è un’affermazione persino banale. Quella bolla nella quale si chiude prima di una gara serve a proteggere mesi di preparazione.
Se invece significa che ci sono questioni delle quali è meglio che non si occupi, perché qualcuno ci penserà al posto suo, allora cambia radicalmente la prospettiva. Non è rivendicare l’esigenza di protezione, ma la pretesa di non “impicciarsi”.
Eppure, nel 2026 un atleta non è soltanto il risultato che porta a casa, la medaglia che conquista, il tempo che realizza. È un professionista che vive dentro un sistema complesso, che coinvolge sponsor, diritti d’immagine, comunicazione, salute, preparazione mentale, nutrizione e una quantità di competenze che richiedono inevitabilmente l’intervento di altri professionisti. Nessuno si aspetta che debba diventare avvocato, commercialista o nutrizionista, ma affidarsi a chi possiede quelle competenze non significa rinunciare a comprendere ciò che accade intorno. Come qualcuno, purtroppo, vorrebbe.
E soprattutto l’atleta vive nel mondo.
Vive in un mondo nel quale una dichiarazione nella mixed zone può diventare un titolo clickbait, un post apparentemente innocuo si trasforma in una sorta di “manifesto sociale” capace di raggiungere in poche ore migliaia di persone e persino un gesto in campo può costruire o comprometterne l’immagine.
Lo sport ormai è uno specchio della società in cui entrano in balloquestioni di genere ed etiche, casi di cronaca e polemiche, tematiche complesse, come la salute mentale ed i diritti degli atleti, e dove persino le decisioni della politica internazionale hanno ripercussioni sulla partecipazione alle competizioni.
Lo riscontriamo ad ogni grande evento: dalle Olimpiadi agli Europei di nuoto, dai Mondiali di calcio agli US Open, passando per la WNBA.
Davvero possiamo liquidare tutto quello che accade intorno dicendo all’atleta: “Non ti interessa, tu pensa a correre, saltare, nuotare, giocare”?
Certo che deve farlo, è per questo che è un atleta, è per questo che viene pagato. Ma proprio perché il suo lavoro è ormai immerso in una dimensione pubblica, economica, e sociale, non può essere trasformato in un mero esecutore al quale si chiede soltanto di produrre la prestazione, fregandosene del resto.
C’è poi un’altra conseguenza di questa impostazione che forse meritamaggiore attenzione.
Se per tutta la carriera insegniamo all’atleta che deve stare al suo posto, rischiamo di convincerlo che tutto ciò che riguarda lo sport fuori dal campo sia affare di qualcun altro. Molti ne sono seriamente convinti: ignorano ad esempio che hanno propri rappresentanti nelle istituzioni sportive e che hanno il diritto di partecipare alla loro elezione.
E così le decisioni sui regolamenti, sui calendari, sulle risorse e sulle strategie future finiscono per essere prese da qualche manager calato dall’alto o, talvolta, da qualcuno che arriva allo sport dopo aver fallito altrove; una porta girevole che sembra funzionare molto meglio per chi arriva da fuori rispetto a chi, nello sport, ha trascorso una vita.
Naturalmente il fatto di essere stato un grande atleta non costituisce di per sé un curriculum dirigenziale, ma sarebbe altrettanto assurdo pensare che l’esperienza di chi quelle piste, quelle palestre e quelle piscine le ha conosciute davvero sia irrilevante.
È evidente che in un sistema complesso come quello sportivo ciascuno abbia responsabilità e compiti precisi e che questi ruoli vadano rispettati, ma non è questo il punto. Qui non si discute di confini di competenza(necessari e legittimi), bensì del diritto di chi vive lo sport da protagonista ad avere una voce e contribuire attivamente alle decisioni che incidono sul proprio presente e sul proprio futuro.
Per questo non mi convince l’idea di uno sport nel quale l’atleta viene chiamato a essere protagonista soltanto quando deve vincere e alzare coppe, salvo poi diventare improvvisamente una figura da mettere in disparte quando il discorso si sposta sulle scelte: lì scatta il solito “adesso lascia fare ai grandi”.
Come se all’atleta fosse riconosciuto di essere adulto e competente soltanto dentro il campo, mentre fuori dovesse tornare a essere lo zuccone di turno, l’asino buono a eseguire, incapace per definizione di avere un’opinione. È un cliché tanto radicato quanto comodo: si pretende dall’atleta intelligenza, leadership e personalità quando servono a vincere, per poi negargliele non appena quelle stesse qualità rischiano di mettere in discussione gli equilibri di chi comanda.
Anche gli atleti, però, devono fare la loro parte. Se per primi accettanoquesta impostazione, sarà difficile che qualcuno riconosca loro un ruolo diverso. Non basta chiedere di essere ascoltati quando qualcosa non funziona; bisogna essere disposti a prendere parola, a informarsi, a partecipare e, quando serve, anche a mettere in discussione.
Come vogliamo immaginare lo sport del futuro?
Uno sport nel quale gli atleti siano chiamati soltanto a eseguire, lasciando ad altri le decisioni? Oppure uno sport nel quale chi vive quotidianamente sulla propria pelle le conseguenze di quelle decisioni possa finalmente partecipare alla loro costruzione?
Forse la vera questione è tutta qui. L’atleta non può essere considerato abbastanza adulto per assumersi il peso di una sconfitta, abbastanza responsabile per rappresentare una squadra o una nazionale e abbastanza autorevole per diventare un modello per i più giovani, salvo poi essere ritenuto improvvisamente incapace di capire quando si parla di ciò che accade un metro fuori dal campo.
L’atleta ha una testa ed ha una voce.
E forse è arrivato il momento di smettere di chiedergli di usarle soltanto quando servono a raccontare una vittoria.








