Quando una nazionale fallisce una qualificazione, la domanda è sempre la stessa: di chi è la colpa? Dell’allenatore? Dei giocatori? Di una generazione meno forte delle precedenti?
Il dibattito si accende subito e, quasi sempre, si concentra sul presente: si analizza l’ultima partita, l’ultima scelta tecnica, l’ultimo errore individuale.
Ma siamo sicuri che il problema nasca davvero lì?
La riflessione lanciata recentemente da Julio Velasco offre una chiave di lettura molto più profonda; oggi un giovane, per meritarsi spazio, deve dimostrare il doppio rispetto a un giocatore esperto. Ed è una frase che racconta perfettamente una mentalità ormai radicata: all’esperto si concede l’errore, al giovane no.
Al giovane si chiede di essere subito pronto e decisivo.
Non è una dinamica che appartiene solo all’élite o alle grandi categorie, si ripete, quasi identica, lungo tutta la filiera sportiva. È la fotografia di un sistema che spesso preferisce l’uovo oggi alla gallina domani, il risultato immediato alla costruzione.
Del resto, tale scelta è figlia di una “mission” ben precisa, per dirla con gergo aziendale. Molte società hanno dismesso la loro anima sportiva per trasformarsi in fondi di investimento: ragionano in termini di ricavo, dove i giocatori sono asset da acquistare o cedere secondo logiche economiche.
Nulla di scandaloso in sé, ma inevitabilmente la crescita del vivaio, l’attaccamento alla maglia e anche il romanticismo di certe storie sportive passano in secondo piano.
Nelle massime categorie si cerca il campione già pronto, magari straniero, che garantisca rendimento immediato. Il giovane, invece, viene percepito come un’incognita.
E così, quando per anni si sceglie la scorciatoia invece della costruzione, prima o poi il conto arriva.
Una mancata qualificazione della nazionale non è soltanto demerito di quella squadra o di quel tecnico: è spesso la conseguenza finale di una mentalità partita da lontano e che la dirigenza — a ogni livello — non ha saputo governare con lungimiranza e con politiche attive di tutela e valorizzazione.
Perché il futuro di una nazionale non dipende solo da uno spareggio. Dipende anche da ciò che succede ogni giorno su un campo di provincia, durante un qualsiasi allenamento Under 14.
È lì che si costruisce il futuro di uno sport, oppure lo si compromette.
Ed è proprio lì che l’edera del “risultato” si avviluppa fino a soffocare la pianta della formazione.
Si cerca di vincere subito, di conquistare lo scudetto di categoria. E questo finisce per condizionare tutto: giocano sempre gli stessi, i più pronti fisicamente, mentre chi è più indietro resta fuori e non cresce.
Così i ragazzi si disamorano dello sport e lo abbandonano; come dargli torto, se già in Under 14 “fanno panca” per tutta la partita?
Per non parlare dei genitori, che scalpitano in tribuna, pronti a puntare il dito per ogni cambio che non condividono, tutti convinti di avere in casa il prossimo Ronaldo, alimentando ancora di più la pressione del risultato.
Anche la scelta degli allenatori, in molti casi, segue questa logica. A volte una squadra viene affidata a chi è semplicemente disponibile, senza una reale valutazione delle competenze. Altre volte si premia chi porta medaglie nell’immediato.
Ma così non si costruisce.
I tecnici dei settori giovanili dovrebbero saper guardare oltre: non servono necessariamente fini statisti della tattica, quanto piuttosto maestri di tecnica individuale, capaci di insegnare i fondamentali, i movimenti di base, la difesa ed il controllo della palla.
Nelle giovanili la tattica dovrebbe avere un ruolo assolutamente secondario: prima viene il padroneggiare i gesti specifici e saperli interpretare all’occorrenza, insegnando a scegliere tra quello più efficace in quella specifica azione. Solo dopo, molto dopo, verrà lo “schema”.
Inoltre un allenatore giovanile deve essere anche un formatore nel senso più ampio del termine. Deve saper leggere il carattere dei ragazzi, comprenderne i tempi, valorizzarne l’individualità. Deve essere una guida, una spalla, un punto di riferimento capace di trasmettere non solo competenze, ma anche fiducia.
Perché non tutti maturano allo stesso tempo, né fisicamente né mentalmente. Non tutti di certo diventeranno campioni.
Tutti, però, hanno bisogno di provare e di essere sostenuti.
Anche quando significa perdere una partita perché – da allenatore- ho fatto giocare tutti, affinché ciascuno abbia avuto modo di mettersi alla prova.
Se si continua a premiare solo chi vince subito, si rischia di perdere chi può diventare forte domani.
E allora torniamo alla domanda di apertura: forse una mancata qualificazione a un Mondiale non è solo figlia di quella squadra o di quel tecnico.
È la conseguenza di un problema strutturale che parte da lontano: dalle scelte dirigenziali, dalla cultura del risultato immediato e da una filiera che troppo spesso forma meno di quanto dovrebbe.
Il vero rilancio passa dai giovani.
Dal coraggio di lasciarli crescere, di concedere loro l’errore, di dar loro spazio.
Uno scudetto giovanile riempie una bacheca.
Ma lasciare una generazione in panchina, può svuotare il futuro.









