Il pitcher bolognese saluta gli Athletics dopo una carriera costruita sul diamante del Pilastro: “È stata una storia incredibile. Come si fa a non essere romantici con il baseball?”
Si separano, dopo 25 anni, le strade degli Athletics Bologna e di Francesco Giorgi. Il lanciatore bolognese, classe 1992, è nato e cresciuto con la casacca gialloverde addosso, con cui ha militato in tutte le categorie giovanili fino alla Serie A. Negli ultimi 14 anni è stato un punto fisso del monte, e del roster, felsineo ma al termine della stagione 2025 ha deciso di appendere il guanto al chiodo. In carriera, il pitcher del Pilastro, ha preso parte ad alcune manifestazioni con il team dell’Emilia Romagna ed è stato il primo lanciatore della storia della società di via Pirandello a raggiungere le 8 vittorie in Serie A in una singola stagione.
Francesco, cosa ricordi dei tuoi primi passi negli Athletics?
Il ricordo è indelebile. Il diamante del Pilastro l’ho sempre visto dalla finestra di casa mia e mi ricordo che fin da piccolo, quando iniziavo a sentire il suono delle battute, mi mettevo alla finestra a vedere chi stava giocando. É stato naturale provare questo sport ed é stata immediata la passione che mi ha portato a continuare. Ho iniziato che ero proprio piccolo e non ho mai smesso. Ogni allenamento e ogni partita mi hanno portato fino ad oggi. Devo tanto a questo sport e agli Athletics.
Quando hai capito che il baseball sarebbe diventato una parte così importante della tua vita?
Non penso ci sia un momento preciso. Ma credo che sia stata un’evoluzione di emozione e passione. Penso che il baseball sia sempre stato importante, i ricordi che ho fin da piccolo sono tutti bellissimi soprattutto grazie alla famiglia allargata che si era creata. Poi con la crescita sono arrivati gli obiettivi e le soddisfazioni personali quindi sì…è stato un viaggio incredibile.
Chi sono state le figure che più ti hanno segnato nel percorso di crescita sportiva?
Ah qui si apre un capitolo grande e infinito.
Prima di tutto voglio ricordare Dimes Gamberini…me lo ricordo ancora quando ci veniva a spiegare il baseball alle scuole elementari. È stato un pilastro e i suoi insegnamenti e il suo ricordo sono indelebili. Un ringraziamento lo devo sicuramente alla società nelle figure di Massimo Meo e Marco Martini che, credendo in me, mi hanno sempre dato la possibilità di giocare a un buon livello. Ringrazio Dino e Max Cesari che mi hanno fatto scoprire lo sport. Ronald Duarte, Dorian Castro, Antonio Acea, Andrea Folesani, Mario Monda e Luca Draghetti che mi hanno permesso di esprimermi sul diamante. Tutti i compagni con una menzione a chi c’è ancora: Fabio Del Priore, Luca Accorsi, Mirco Monda e Michael Corradin…stiamo parlando di quasi 25 anni. Ringrazio Frank Montieth con cui si è instaurato un rapporto che va oltre lo sport. Posso tranquillamente continuare…Sergio Ghedini, Alex Giannotti, Marco Baccelli, Joe Maggi, Michele Venturi, Pablo Suarez…Tutti ma proprio tutti quelli che ho incontrato mi hanno segnato e mi hanno lasciato solo dei bei ricordi. E grazie ai miei genitori che mi hanno dato la possibilità di provarci, di crederci e in qualche modo riuscirci.
Sei stato il primo pitcher della società a raggiungere le 8 vittorie in Serie A: che significato ha avuto per te quel traguardo?
Beh quell’anno é stato incredibile. Avevamo una bellissima squadra e si era creato qualcosa di diverso rispetto agli anni precedenti. É un bellissimo ricordo che mi porto dietro a livello personale. Mi piace pensarlo come il periodo più alto della mia “carriera”
C’è un momento, o una partita, positiva o negativa che vorresti rivivere (nel caso anche per cambiarne l’esito)?
Beh sicuramente. Ma mi tengo tutto così…ogni partita, ogni risultato ogni lancio mi ha permesso di crescere e ha segnato il mio percorso. Quindi va benissimo così.
Qual è stata la sfida più difficile che hai affrontato da lanciatore?
Credo che la sfida più difficile sia stata nella continuità. Soprattutto quando si cresce e si deve fare i conti con il mondo degli adulti. Incastrare gli impegni lavorativi e personali con lo sport non è stato facile. Ma non é stato un peso…anzi è sempre stato motivo di crescita e dedizione ai propri obiettivi.
Quali valori credi che gli Athletics ti abbiano trasmesso come atleta e come persona?
Prima di tutto il grande senso di famiglia che si respira al campo. Credo che, in questo, la società A’s sia di un’altra categoria. Chiunque é nel giro lo fa per passione e per amore e viene ripagato dalle emozioni che questi sport ci regala. Da atleta invece la volontà della società di puntare sempre sul proprio vivaio e su ragazzi giovani credo che sia motivo di profonda stima e rispetto.
Quando hai capito che era arrivato il momento di appendere il guanto al chiodo? È stata una decisione difficile o qualcosa che sentivi naturale? Cosa ti mancherà di più del baseball giocato?
Diciamo che ci ho messo un pó. Chi mi conosce sa che ho fatto almeno 4/5 ‘’ultimi anni’’ e per questo mi è stata anche consegnata una targhetta di addio (dice ridendo). Ma non era mai arrivato il momento giusto. Quest’anno invece mi è venuto naturale, credo che sia proprio il normale flusso delle cose e che sia arrivato il momento di fare un passo indietro e godersi i bellissimi ricordi. Di preciso non so cosa mi mancherà…ma spero di non sentire una mancanza vero e propria ma anzi di poter ricordare i momenti più belli e questi che mi diano da sorridere.
Se dovessi riassumere la tua carriera in una frase, quale sarebbe?
Una singola frase non é semplice…ma sicuramente é stata “una storia incredibile. Come si fa a non essere romantici con il baseball”
Nel futuro ti vedi ancora nel baseball, magari in un altro ruolo come coach o dirigente?
Sicuramente far parte degli Athletics é una cosa che ti rimane per quel forte senso di famiglia e appartenenza che dicevo prima. Quest’anno sicuramente vorrei mantenere i contatti con tutti e per quanto possibile dare una mano. Per il futuro si vedrà…ma penso che una passione così sia difficile domarla e quindi mai dire mai.









