Ogni volta che si parla di dirigenza sportiva, il dibattito prende quasi sempre la stessa direzione: si dice che in Italia mancano dirigenti preparati, che le società sono organizzate in modo approssimativo, che tutto si regge sul volontariato.
Ma il volontariato, nello sport, non è un difetto, semmai è una delle sue risorse più preziose.
La maggior parte delle società sportive esiste grazie a persone che dedicano tempo ed energie senza chiedere nulla in cambio.
Molti dirigenti hanno iniziato quasi per caso: erano il padre o la madre di un ragazzo del settore giovanile, accompagnavano la squadra in trasferta, guidavano il pulmino, organizzavano una cena sociale. Poi, anno dopo anno, quel “dare una mano” è diventato un ruolo.
Non c’è niente di sbagliato in questo percorso; anzi, racconta la parte più autentica dello sport.
Il problema nasce quando il ruolo si ferma lì perché gestire una società sportiva non significa semplicemente far funzionare una stagione, ma immaginare la prossima e quella dopo ancora.
Molte società sportive sono amministrate con uno sguardo che arriva appena alla fine del campionato. Si organizza il presente, si rincorre la quotidianità, si risolvono i problemi mano a mano che si presentano. Se arriva uno sponsor importante, allora si pensa al grande colpo di mercato, al tecnico di nome, al giocatore capace di far vincere subito.
È una logica che guarda solo all’immediato.
Una vera dirigenza dovrebbe invece avere il coraggio di rinunciare a qualche soddisfazione oggi per costruire qualcosa che forse darà i suoi frutti tra cinque anni.
Ed è proprio in questo passaggio che serve un salto di qualità, aprendo prospettive nuove in varie direzioni.
Significa sapersi circondare di persone competenti, a cui delegare responsabilità ed incombenze. La figura del “factotum” rischia solo di creare lacune.
Significa formarsi perché oggi più che mai una società sportiva non può vivere nell’improvvisazione considerati gli innumerevoli tecnicismi in materia fiscale, impiantistica, giuridica. Non è necessario sapere fare tutto, ma è indispensabile sapere come orientarsi e quando affidarsi a professionisti qualificati.
Significa investire su un allenatore in grado di far crescere il settore giovanile, misurando il successo non dai trofei conquistati a fine campionato dagli Under 15, ma dal numero di ragazzi che arrivano in prima squadra.
Significa capire che il reclutamento è una funzione strategica, non un’attività secondaria. Esistono persone che hanno il talento di entrare nelle scuole, parlare con i bambini o con i professori, trasmettere entusiasmo alle famiglie e creare un legame. Non stanno semplicemente cercando nuovi iscritti: stanno costruendo il futuro.
Vale lo stesso per gli sponsor.
Troppo spesso il rapporto si limita a una trattativa economica: quanto puoi dare e quando grande sarà il logo sulla maglia.
Ma uno sponsor può diventare un compagno di viaggio, condividere valori ed iniziative e (perché no) creare percorsi di formazione e opportunità lavorative nel post carriera degli atleti.
Anche l’accoglienza degli atleti racconta la qualità di una dirigenza. Un giocatore che arriva da lontano non dovrebbe trovare soltanto una palestra dove allenarsi, ma una società capace di farlo sentire parte di una comunità. Una società nella quale possa avere voglia di restare anche quando terminerà la propria carriera agonistica, magari come allenatore o collaboratore.
E poi c’è il rapporto con il territorio.
Una società non può permettersi di vivere isolata, ma deve dialogare con le istituzioni, collaborare con le altre realtà sportive, costruire progetti sociali, creare occasioni per far conoscere la propria disciplina. La crescita di uno sport passa anche da qui, da quel “fare rete” che tanti scambiano per perdita di identità, ma che in realtà rafforza un intero movimento.
Significa anche superare la logica del “noi contro loro”. Collaborare con la società del paese vicino, magari quella con cui ogni anno si disputano derby accesi, per creare occasioni di crescita che da soli sarebbe difficile offrire: partecipare a campionati, organizzare eventi, condividere progettualità o unire le forze quando numeri e risorse economiche non bastano.
Tutto questo richiede una parola che nello sport viene usata spesso ma praticata poco: visione.
La differenza tra chi amministra una società e chi la guida sta proprio nella capacità di vedere lontano.
Perché guidare un pulmino è un gesto prezioso.
Organizzare i tesseramenti è indispensabile.
Trovare uno sponsor è fondamentale.
Ma per dirigere una società serve qualcosa di più: costruire un’identità, immaginare un futuro e creare le condizioni perché quella realtà continui a crescere anche quando noi non ci saremo più.
Articolo di Cristina Lenardon.









